In mostra gli autori: Claudio Beorchia, Alessandro CalabresePaolo CiregiaMatteo CremonesiDiscipulaGiorgio Di NotoMimì EnnaIrene FenaraChristian FogarolliSilvia MariottiFilippo MinelliSimone MonsiFrancesco PozzatoAlessandro SambiniAlberto SinigagliaThe Cool Couple e Marco Maria Zanin

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In mostra gli autori: Claudio Beorchia, Alessandro Calabrese, Paolo Ciregia, Matteo Cremonesi, Discipula, Giorgio Di Noto, Mimì Enna, Irene Fenara, Christian Fogarolli, Silvia Mariotti, Filippo Minelli, Simone Monsi, Francesco Pozzato, Alessandro Sambini, Alberto Sinigaglia, The Cool Couple e Marco Maria Zanin.

Claudio Beorchia

Sud-Est degli Stati Uniti. Noleggiare un’auto dotata di videocamera posteriore, di quelle che aiutano a parcheggiare e a far manovra quando si va in retromarcia. Viaggiare “on the road”, girando fra le stazioni di servizio, i parcheggi dei centri commerciali, le cittadine, gli svincoli delle highway. Sostare. Premere il pulsante che apre il portellone del baule dell’auto sul quale è incastonata la videocamera. Procedere piano in retromarcia con il baule aperto e la videocamera che punta in alto. Le immagini che scorrono sullo schermo del cruscotto cessano di controllare e misurare la strada e l’asfalto, e dall’abitacolo ci mostrano il paesaggio e il cielo: spazi indefiniti, non misurabili e non controllabili. Fotografare lo schermo senza scendere dall’auto.

Il progetto vuole essere una riflessione ironica sull’esasperata volontà di controllo della società contemporanea, che si manifesta anche nelle più piccole e comuni azioni quotidiane. Ma vuole essere anche un inedito modo di raccontare il paesaggio, offrendo una rivisitazione disincantata e canzonatoria del tradizionale e stereotipato viaggio “on the road” statunitense. 

Le immagini sono state realizzate guidando nel sud della Georgia, rimanendo nell’abitacolo dell’auto, fotografando lo schermo della plancia, ed esibendo così la pixelatura del display e le interferenze della luce che entra nell’abitacolo. Il video è stato realizzato fissando una videocamera di fronte allo schermo, guidando lentamente in retromarcia nell’ampio parcheggio di un centro commerciale di Savannah.

Matteo Cremonesi

Il lavoro di Matteo Cremonesi esplora le potenzialità formali ed estetiche dell’habitat contemporaneo. Incentrate sulla ripetizione di primi piani e profili formali. Seguendo una sequenza ritmica e compositiva, le sue immagini sono il risultato di un’interazione a lungo termine con il soggetto, la cui superficie è il luogo in cui lo sguardo si apre ad un rapporto contemplativo. Le opere presentate testimoniano il complesso rapporto che intercorre fra l’osservazione del soggetto e le riflessioni postume nate dall’interrogazione stessa delle immagini prodotte.

Paolo Ciregia

Il recente lavoro fotografico Pugni (2019) è connesso alle vicende ucraine perché tratto da una fotografia scattata da Paolo Ciregia a un gruppo di militari all’inizio della Guerra del Donbass. Il particolare taglio visivo adottato per l’immagine e il suo ingrandimento in scala reale innescano una peculiare relazione con lo sguardo del fruitore che non trova vie di fuga prospettiche e rimane “imprigionato” nei corpi delle figure che serrano nervosamente i pugni dominate da uno stato di tensione. Data l’assenza dei volti, le persone ritratte appaiono come sagome livellate nelle loro divise, private di ogni connotazione identitaria perché mosse come delle mere pedine dalle ragioni della politica; nonostante una connotazione iper-narrativa insita all’immagine originaria che rimanda alle specifiche vicende ucraine, la formalizzazione dell’opera rende lo scenario atemporale. 

Il lavoro E.U. (2019), potrebbe comporre un ideale dittico con il precedente, perché entrambi hanno come presupposto i “movimenti tellurici” che stanno minando la stabilità del continente europeo. L’opera è la fotografia in bianco e nero di una moneta da un euro deformata a causa di un errore di conio: le fattezze deformi possiedono una valenza allegorica che racconta della messa in crisi del modello culturale, sociale, economico e politico europeo logorato dai nuovi nazionalismi, dal travagliato fenomeno della Brexit e dall’onda lunga della crisi economica scoppiata nel 2008, facendo vacillare l’originario spirito comunitario di dialoghi tra i popoli che aveva mosso per oltre cinquant’anni il processo di integrazione tra gli stati.

Giorgio Di Noto

The Iceberg – Internet può essere rappresentato come un iceberg: se la punta raffigura quel territorio digitale dove navighiamo ogni giorno tra motori di ricerca, social networks, blog e siti d’informazione, la parte sommersa, non indicizzata e pari a più del suo 90%, rappresenta invece quello che viene chiamato “Deep Web”.

Sotto la superficie conosciuta di Internet si evolve quindi un network criptato che sfugge ai motori di ricerca e in cui vige la totale anonimato, grazie ad un particolare sistema di navigazione. Questo “spazio”, denominato Dark Web, è un non-luogo apparentemente senza regole e accessibile solo attraverso specifici software, dove tutto è teoricamente permesso e nulla è praticamente tracciabile: è qui che nascono e si evolvono dei veri e propri e-commerce per la vendita online di droga e sostanze illecite. 

Immagini stock o originali illustrano le migliaia di annunci ed inserzioni nel tentativo di catturare l’attenzione del visitatore. Tra queste le fotografie inedite, probabilmente scattate dagli stessi venditori, assumono spesso caratteri surreali e astratti nutrendosi da una parte della colorata ed esotica estetica del soggetto e dall’altra degli artifici della bassa qualità della fotografia.

Caricate anonimamente e destinate ad autocancellarsi esaurita la loro funzione, queste immagini autoprodotte non sono rintracciabili né visibili nel web tradizionale ma vivono temporaneamente solo in questo spazio.
In “The Iceberg” queste fotografie sono così presentate come oggetti invisibili: stampate con degli inchiostri speciali, appaiono e si rivelano sulla superficie solo attraverso una luce ultravioletta. La stessa luce che è spesso realmente impiegata per rivelare tracce di droga, in questo caso è necessaria per rivelare una rappresentazione della droga stessa, altrimenti non accessibile.

Discipula

Just Like Arcadia (2016), descrive la progressive disintegrazione di un’immagine digitale attraverso la manipolazione del suo stesso codice JPEG. L’immagine in questione è un rendering del “Garden Bridge” un progetto architettonico di Thomas Heatherwick pianificato per lungo tempo a Londra ed infine mai realizzato a causa delle accese polemiche intorno all’uso improprio di fondi pubblici per la sua realizzazione.

Nello specifico, il codice JPEG dell’immagine viene progressivamente “corrotto” attraverso l’inserimento di versi tratti dal poema del 1598 “La Arcadia” dello scrittore e poeta Spagnolo Felix Lopez de Vega.

Le parole di de Vega descrivono un paesaggio immaginario ed idilliaco che sembra risuonare perfettamente con la visione espressa dai progettisti del Garden Bridge, una visione in forte contrasto con i problemi sociali che Londra da tempo affronta.

Mimì Enna 

La ricerca di Mimì Enna si concentra sul significato dell’immagine relativa ai contesti quotidiani in cui essa si palesa. Ottenute attraverso il mezzo fotografico o recuperate da fonti esterne – come libri o materiale on line – le immagini vengono integrate all’interno di installazioni, video e performance, con l’intento di verificare quanto i linguaggi dell’arte possano essere connessi ai modi di agire del quotidiano.

Ho un modo fotografico di guardare le cose e gli eventi che vivo e osservo mi si palesano prima di tutto come immagini.

Senza titolo (Faster than light; To the moon and back; Le monde est à nous) ha fatto parte di un’installazione performativa avvenuta in luglio nei giardini di Villa Radet a Parigi:
Tre performer si muovono all’interno di paesaggi stampati su grandi fotografie. I personaggi (un astronauta, un atleta e un conquistador) e le immagini mettono in scena sentimenti legati alla volontà di conquista, alla voglia di eccellere e di vincere. Si sono prefissati degli obiettivi ambiziosi, ma i loro gesti suggeriscono un momento di incertezza.

I soggetti delle immagini (una pista di atletica, un cielo stellato in una piccola cupola, il timone di una barca) sono stati fotografati a Parigi. Attraverso una delocalizzazione di quei luoghi, gli attori si muovono all’interno di paesaggi che evocano il loro contesto d’origine.

Irene Fenara

Con Supervision Irene Fenara presenta una selezione di immagini provenienti da videocamere di sorveglianza, salvate dal flusso continuo che le cancella ogni 24 ore, sottolineando il contrasto tra un’attività fortemente funzionale e un’estetica altrettanto potente.

L’estetica della sorveglianza, della supervisione e del controllo si concretizzano grazie ai dispositivi che ne inquadrano la visione amplificata. In questo immaginario, seducente e distopico al contempo, l’attenzione viene portata su immagini soggette a offuscamenti della visione, dove l’annebbiamento della vista e la cecità dei dispositivi mettono in dubbio l’essenza dell’immagine stessa. Attraverso gocce d’acqua, luci accecanti, buio o la crescita incontrollata della vegetazione la funzionalità dello strumento perde la sua priorità lasciando posto all’astrazione.

Il rapporto tra osservatore e osservato è segnato dall’ingresso in un mondo di post-privacy  attraverso l’utilizzo e la diffusione di dati protetti, estrapolati dal contesto di provenienza. La condivisione di dati protetti, estratti tramite un hack, in uno spazio in cui sono in molti a osservare pochi, rende il fruitore implicato, e quindi complice, di un processo di normalizzazione della sorveglianza.

Christian Fogarolli

L’opera The language of flowers è stata eseguita nel 2012 e fa parte di un ampio progetto nato a inizio 2011 dal titolo Lost Identities. Questa ricerca, che prende avvio dallo studio teorico della fotografia criminale di primo Novecento, ha portato Fogarolli verso un’analisi approfondita del patrimonio fotografico-archivistico di diversi ex ospedali psichiatrici italiani con i quali l’artista ha creato delle collaborazioni.

Lo studio del materiale e delle immagini, utilizzati in principio per scopi medici e scientifici, ha evidenziato caratteri e valori estetici più vicini all’arte che alla scienza psichiatrica, mostrando come l’arte sia stata, ed è, continuamente utilizzata per fini scientifici e in diverse discipline.

Il progetto Lost identities è composto da lavori di diversa natura: fotografie realizzate con diverse tecniche, video, installazioni e sculture. Tutte le opere sono state costruite rispettando vincoli archivistici, di privacy e cercando di indagare alcuni aspetti fisici e identitari dei soggetti selezionati in rapporto al concetto e all’idea di anormalità.

Silvia Mariotti

“Attraverso opere fotografiche e scultoree ho realizzato uno scenario evocativo che invita a guardare all’interno di una diversa dimensione. Partendo da un contesto reale e naturalistico, inserisco elementi fittizi con riferimenti stranianti – tratti dalla storia dell’arte come da suggestioni poetiche – per aprire a un nuovo immaginario, in bilico tra atmosfere sensibili e retroscena alienanti. L’ambientazione notturna che generalmente è al centro del mio lavoro, in questa occasione viene sviluppata attraverso tre opere che si riferiscono a due indirizzi della mia ricerca: quella fotografica, dove la natura è in questo caso modificata e dirottata verso uno scenario artificiale, e quella scultorea, che nasce come prolungamento delle opere fotografiche. Nelle sculture tento quindi di mantenere la stessa atmosfera ma in maniera tridimensionale, captandone l’essenza attraverso i colori: potrei quasi dire che questi elementi scultorei sono l’atmosfera stessa ovvero come una sua ricostruzione nel mondo reale che parte, per definirne la forma, da zone interstiziali presenti nelle riproduzioni fotografiche. Sono proiezioni, forme astratte della natura e estratte dalla stessa, che descrivono un paesaggio notturno, o suoi frammenti, evidenziando luci e ombre contenute nel substrato delle immagini e nei loro interstizi crepuscolari.

Così, lungo la grande parete espositiva, prende vita un percorso di immagini e forme, scandito da parentesi notturne e vespertine in cui affiorano storie e azioni impercettibili che inducono lo sguardo a un lento disvelamento. In questo modo, cerco di instaurare una connessione intima con i paesaggi naturali, tanto geografici quanto assimilabili alle esperienze umane, che rielaboro affinché si crei una fusione inestricabile di luci e ombre. 

Simone Monsi

Le sculture del ciclo Capitolo Finale prendono la forma di soffici colonne, come a rappresentare l’ingresso ad un mondo pervaso da un’ironia distopica; e diventano monumenti innalzati in ricordo delle mani, degradate a mero strumento di manutenzione con il compito di mantenere puliti gli schermi attraverso i quali si fa esperienza visiva di una realtà mediata. Il titolo allude ad un ipotetico ultimo episodio di una serie animata i cui personaggi sono impegnati a superare la sensazione di malcontento digitale, cioè quel senso di malinconia e frustrazione derivato dalla separazione delle esperienze di corpo e mente.

Le sculture sono tappezzate da immagini collezionate seguendo l’hashtag #sunsetporn, in cui romantici tramonti si trasformano in grotteschi paesaggi iper-saturati, lasciando incerti i confini tra sentimento di affezione e godimento estetico. Gli elementi rizomatici che fuoriescono dai corpi delle sculture ricordano un personaggio di un popolare anime giapponese, a suggerire una traumatica presa di coscienza delle origini misteriose e forse mostruose dell’uomo.

Filippo Minelli

Paysage è una ricerca basata sull’estetica globalizzata del paesaggio internazionale, sugli aspetti accattivanti e spesso combinati in maniera casuale del contemporaneo, ricreata dall’autore raccogliendo testimonianze del paesaggio attraverso immagini e la documentazione di rimandi performativi a situazioni di emergenza. Fotografie, scannerizzazioni del paesaggio e rispettive stampe 3D, impressioni ricercate e bandiere di luoghi senza apparente relazione fra loro come Bhutan, Paraguay, California, Italia, Svizzera e Corea del Sud sottolineano questo preciso periodo storico di interconnessione confusa e multipolarismo politico. Se l’identità è quel sentimento di appartenenza che ci lega anche a un territorio, quale è l’identità nell’era della banalizzazione del paesaggio internazionale?

What things are not, risultato di una residenza al National Center of Contemporary Arts di San Pietroburgo nel 2016, è una riflessione sul paesaggio contemporaneo e sulla funzione politica e comunicativa delle immagini nello spazio pubblico. Partendo da un’analisi della cartellonistica installata durante le ristrutturazioni dei palazzi, idealizzazione della città e al tempo stesso negazione dei processi della sua dinamicità proponendo una narrazione semplificata, l’autore ha proseguito il progetto creando e installando nello spazio pubblico russo opere da lui ideate. Vere e proprie impalcature con stampe fittizie e altre immagini idealizzate, disponibili nei siti internet di mercato della fotografia e del rendering tridimensionale; posizionate in contesti che sottolineano la surrealtà dell’immagine, portano lo spettatore a chiedersi quanto profondo sia il ruolo dell’immagine nella percezione del reale, e in particolare del reale in contesti pubblici e soggetti a propaganda.

Francesco Pozzato

Tiber (rolling water) – L’installazione si compone di vari elementi: due strutture in ferro, una che somiglia ad un appendiabiti e l’altra a forma di sdraio con un telo della stessa lunghezza dell’obelisco di Piazza Navona, un remo, una wall ball rivestita di foglia d’oro e un paio di infradito sulle quali è stata stampata la mano della statua colossale della Fortuna, esposta alla Centrale Montemartini a Roma.

Dislocate nello spazio vi sono una serie di sfere in vetro di Murano, una scala in polistirene espanso e una fotografia realizzata in Piazza del Popolo a Roma stampata in pvc.

Questi componenti, quasi in veste di scenografia, si riferiscono tutti all’iconografia del rivus (fiume), nello specifico del Tevere.

Alberto Sinigaglia

Microwave City nasce da un viaggio nel West Americano tra gli stati del New Mexico, Arizona e Nevada; il titolo fa riferimento ad una trasmissione radio ascoltata da Sinigaglia mentre era alla ricerca dei laghi di uranio, le distese di cemento che coprono le aree di lavorazione dell’uranio in disuso. Si trattava di una radio ultra cattolica il cui predicatore stava definendo Las Vegas come una Microwaved City: una città effimera dove tutto viene velocemente voluto, ottenuto, consumato; un luogo che per sua stessa natura è basato sulla messa in scena e sull’esasperazione; un luogo dove non è possibile fare una netta distinzione tra reale e artificiale. Las Vegas ha un profondo legame con il Manhattan Project, sia per prossimità geografica alle aree dei test atomici che per vicinanza semantica: una città simbolo dell’America, nata dalle sabbie del deserto nell’immediato dopo guerra e come la bomba, anch’essa un luminoso artificio. Una delle attrazioni più in voga a Las Vegas durante gli anni ‘50 e ‘60 erano i test nucleari che avvenivano a qualche decina di miglia di distanza dalla città, in quella che tutti conoscono come Area 51. Dalle terrazze degli hotel i turisti fotografavano le esplosioni trasformandole in souvenirs delle loro vacanze, quasi in un atto pornografico. Microwave City esplora la controversa bellezza di queste immagini e, allo stesso modo dei turisti, se ne appropria e le manipola fino a produrre innocue, morbide e misteriose nuvole sospese nel cielo. La bomba è presente, ma camuffata, nascosta dal potere mistificatore della fotografia. La serie di sviluppa come una riflessione sull’icona e su quello che viene definito il sublime tecnologico, qualcosa che ci terrorizza ed attrae, lasciandoci in una contemplazione estatica.

Alessandro Sambini

Spelling Book. Learning from Caltech-256 – Il titolo dell’opera si riferisce agli abbecedari, i libri usati dagli insegnanti con gli studenti più giovani come riferimento visivo per riconoscere e ricordare lettere e parole. Ma le immagini che compongono questo progetto non sono prodotte da esseri umani. Sono il risultato del processo di apprendimento di una macchina. Gli abbecedari di oggi sono chiamati datasets. Le immagini in essi contenute possono variare da migliaia a milioni e, suddivise in classi, diventano un alfabeto contemporaneo. Come i loro predecessori cartacei, i libri ortografici tecnologici attuali insegnano qualcosa non solo sui singoli elementi (lettere, parole o classi di immagini) ma anche sullo scenario sociale, culturale ed economico in cui operano. In questo senso le immagini elaborate dalla learning machine possono essere viste come una sezione trasversale del nostro tempo. Ma se gli esseri umani possono distinguere – nelle forme ancora incerte che il computer produce da “giovane studente” – l’immagine di una moneta, Gesù, Marte o un hamburger e metterli in relazione con le loro conoscenze, cosa possiamo dire delle macchine? Come sottolineato dall’artista: “Potrebbero riconoscere che qualcosa appartiene a una classe, ma non hanno idea dell’importanza di quella classe rispetto ad altre. Il loro processo di apprendimento è sterile. Non c’è nemmeno una ricompensa! Come possiamo biasimarli? In questo momento, come continua a ricordarci la parola ceca robota, sono solo lavoratori forzati. Ciononostante potrebbero imparare a tagliare le loro catene”.

The Cool Couple

A kind of display è una collezione di immagini sulla barba, che elaboriamo e contrapponiamo per riflettere su uno spettro di temi sociali, alcuni direttamente politici, alcuni vagamente utopici e altri che fanno riferimento a specifici eventi storici.

Il progetto è iniziato con il rinvenimento di un articolo di giornale sui trapianti di barba in Turchia, una nazione in cui questa pratica è molto diffusa tra la popolazione adulta perché l’ostentazione dei baffi è un potente simbolo di appartenenza. L’iniziale interesse nei confronti di questa congiunzione tra chirurgia estetica e valori culturali ha preso la forma di una ricerca strutturata quando la barba è tornata in voga in Occidente.

Qui il fenomeno aveva perso il suo significato, trasformato in un costosissimo capriccio estetico. La barba è un carattere, la presenza o assenza del quale segna tutta la storia della civiltà umana: da sempre soggetta a un insieme di valori culturali molto instabile, la barba indica saggezza, virilità, forza, salute, ma anche i suoi opposti. A causa della sua natura ambigua, la barba è soggetto sia di fanatismo che di pregiudizio, di manipolazione e superstizione. 

A kind of display è concepito come un’installazione e una performance, dove ogni componente si muove tra le pieghe del nostro immaginario collettivo, ripescando ricordi, suggestioni, angosce.

Marco Maria Zanin

Zanin negli ultimi anni sta lavorando con archivi di oggetti contenuti in piccoli musei etnografici, soprattutto legati al mondo contadino, nel tentativo di osservarli sotto una nuova luce che ne riveli il valore collettivo contemporaneo.

L’obiettivo è avvicinarli all’orizzonte del sacro, del religioso e totemico, come se fossero oggetti provenienti da culture tribali come quelle dell’Africa e dell’Oceania. Come se il fare degli scultori di queste culture e quello degli umili artigiani delle nostre campagne avesse in comune una profonda intuizione legata alla terra, affondasse in un unico spazio comune a tutta la comunità umana.

Il lavoro è fondato su una critica della concezione lineare della storia e della museografia tradizionale, in cui il passato è visto come qualcosa di obsoleto e senza vita. Invece, nelle immagini di Zanin, gli oggetti fanno riverberare la pulsazione di una temporalità sotterranea ricca di potenziale per nutrire il presente e il futuro riconnettendoci alle nostre radici.